Sulla strada per Leobschütz 29/1/2016 Lacchiarella – Replica
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Contenuto: Performance teatrale su testi poetici tratti dal libro “Sulla strada per Leobschütz” di Daniele Santoro (La Vita Felice, 2012)
Info sul volume: La Vita Felice, scheda libro
Daniele Santoro è nato nel 1972 a Salerno, dove si è laureato in Lettere classiche, e vive a Roma, dove svolge attività di docente nei licei. Collabora con testi poetici e di critica letteraria a riviste di settore, tra cui «Caffè Michelangiolo», «Capoverso», «Erba d’Arno», «Hebenon», «Il Monte Analogo», «La Mosca di Milano», «Sincronie» e le statunitensi «Gradiva» e «IPR Italian Poetry Review». Ha esordito con la plaquette Diario del disertore alle Termopili (Nuova Frontiera, 2006).
Finalità: Ricordare lo sterminio attraverso la poesia. Sulla strada per Leobschütz racconta, senza mascheramenti lirici, la banalità del male, ma anche che cosa accade quando l’idea di razza superiore toglie diritto d’esistenza alle altre. Anche i nazisti baciano la loro moglie e i loro figli prima di andare al lavoro nel campo; poi lì, fanno del loro meglio per essere tecnicamente all’altezza, secondo dottrina. E allora il dolore altrui diventa interessante soltanto sotto il profilo scientifico e il sadismo esibisce il peggio di sé. Santoro ci mostra i corpi terrorizzati degli internati in preda alle loro funzioni elementari, fa loro raccontare storie di ordinaria disumanizzazione, entra nelle logiche da burocrati dei nazisti, ci riporta insomma l’attenzione nei pressi di quanto non va dimenticato, se vogliamo uscire davvero dalla preistoria. Che cosa sia la cosa da non dimenticare ce lo dice Giorgio Agamben in Homo Sacer e in Quel che resta di Auschwitz: ogni volta che viene meno il confine tra umano e disumano ossia quando la legge pretende di inglobare “la nuda vita”, l’alterità (il diverso, lo straniero, la minoranza etnica eccetera) diventa l’untore, che va eliminato senza incorrere in punizioni. Auschwitz è la formula perfetta di questa piega etica.